“Un banco in più” … e il gioco della vita

“Leggere per vivere” Dialoghi d’autore V edizione, la rassegna curata dal delegato alle Politiche Culturali per il Comune di Trepuzzi, Giacomo Fronzi, ha ospitato Emmanuela Rucco, autrice di “Un banco in più” (ArgoMenti Ed., pp. 168, ottobre 2020). Nell’occasione ha dialogato con l’autrice l’assessore alle Pari Opportunità Anna Maria Capodieci, sintetizzando lo spaccato di storia scolastica e non solo del piccolo-grande mondo dei figli dell’ex ILVA di Taranto.

Una narrazione, dedicata ad educatori, genitori, alunni, insegnanti e a chiunque abbia la sensibilità per le arti umanistiche e le relazioni sociali. Il volume descrive un mondo che resta ermetico, ma straricco di umanità vera, profonda, senz’altro condivisibile. Il racconto si dispiega in una prima e seconda parte che segna il passaggio dell’autrice dalla scuola privata a quella pubblica.

Emmanuela Rucco, che non ama essere definita scrittrice, ma lo è con tutti i crismi della sacralità letteraria, offre nel libro un coacervo di emozioni esperite in codesti momenti della sua vita di maestra nel contesto della scuola primaria delle Suore Mercedarie nella sua cittadina e dopo presso l’Istituto Comprensivo “L. Pirandello” nel quartiere periferico Paolo VI a Taranto.

Primariamente un’esistenza scandita da ritmi normali in una logica che risponde a quella della scuola del suo paese natale, un mondo “ovattato”, dove i paradigmi della normalità appaiono universali e la realtà scorre scolpendo in automatico gli intuibili risultati di un insegnamento in un posto in cui, come ella si esprime “guardavo le pareti intorno e benedivo di aver scelto quegli ambienti, quelle atmosfere, quel luogo che col tempo si era elevato a culla del mio percorso”. Ma poi la vita presenta il conto e dunque questa docenza classica, quasi romanzata e colorata di rosa, lascia il passo ad una occupazione che riserva un capovolgimento di ruolo, panorama e impatto relazionale.

Succede nella tappa successiva, nel rione Paolo VI di Taranto. E così acquista pregnanza “Un banco in più”, come la Rucco denomina umilmente la “sua cattedra” e apre uno squarcio in cui, prescindendo dal travaso di contenuti nozionistici, la protagonista svolge con solo amore il suo mandato di “maestra” di vita, è il caso di aggiungere. L’”altro” con cui le è destinato misurarsi “suggerisce” di non dare per scontato il prosieguo della continuità a cui basta la “presenza” ma ci si incontra, stavolta al contrario ,lo stato di “assenza”.

Rosella è il personaggio autobiografico che inizialmente, in punta di piedi, si affaccia nell’anima di questi giovani che fanno pensare a quel film drammatico degli  anni ’90 “Ragazzi fuori” di Marco Risi e a quello dell’anno precedente dello stesso regista, “Mery per sempre”. In “Un banco in più” lei si spoglia delle vesti di istitutrice e opta per il ruolo di consigliera, amica, e “analista” poiché complice del travaglio interiore a cui da lei sono costretti i ragazzi, portati allo sbando da una vita feroce, un destino sfortunato che è toccato loro eufemisticamente subire. Ma per magìa ecco che compare la fata turchina rappresentata da Rosella e con un colpo di sua bacchetta magica l’inferno, come lo dipinge Emmanuela secondo Emmanuela, si trasformerà poi nell’empireo dove il confronto umano, insaporito da una profondità di pensiero che non ha uguali, diventa lo sport più praticato alla “Pirandello”. Gli allievi, supervisionati dalla prof. , che si pone essenzialmente come facilitatrice alla scoperta dei loro stati d’animo propone un metacomunicazione, cioè una comunicazione sulla comunicazione nello sfondo di un contesto di dissociazione schizofrenico. Essi attraversano le fasi, seguendo una configurazione della loro psiche, ovvero gli stati inconsci, preconsci per arrivare alla consapevolezza. Ciò dove l’inconscio è dato da un’ignoranza sul perché di questa natura struggente e il fluire del tempo che non dà risposte, il preconscio è caratterizzato da messaggi subliminali che si rincorrono e in ultimo la consapevolezza, grazie alla figura, si può dire celestiale di Rosella, che tutto può essere.

Ma questa ripartizione della mente umana freudiana detta topica non esclude quella strutturale in cui i ragazzi mettono a fuoco i comportamenti che scattano istantanei da una condizione istintuale cioè dall’ Es, ossia lo stato selvaggio, elaborati da sé, il proprio IO per operare un accomodamento avendo presente il Super-Io, e dunque le norme che regolano la vita sociale. Si può ben dire che la donna si predispone ad un “parto” simbolico. L’”attrice” principale, Rosella, nel senso di colei che impersona questo ruolo, si incontra con un dolore macerante e fendente, tipico di questo simil parto, quando fa venire fuori questi “figli scolastici”. Essi infatti sono il frutto di un antecedente attaccamento di un’affettività di tipo ambivalente, dove si dona e si toglie al tempo stesso, al pari della natura benigna e matrigna di leopardiana memoria. Un’altra associazione rende l’idea dell’isolamento probabilmente consumato per motivi di forza maggiore, dovuti al mancato superamento dei bambini una volta della posizione schizoparanoide. In sostanza in simili frangenti la realtà è vissuta in maniera scissa, da una parte fonte di calore, grazie ad un seno che è nutrimento accogliente e poi ad essa segue la fase depressiva, ossia quando questi si distacca da esso. Un momento di routine, ma davanti alle difficoltà quotidiane dell’ambiente vitale del Paolo VI può significare un problema molto più grande di chi l’affronta. In seguito si consumano anche le conseguenze del “mutismo selettivo”, sovente in questa realtà della “Pirandello”, a volte condizione necessaria per assicurare la presenza di essi in classe.

Fa risaltare il giornalista e vaticanista RAI, Fabio Zavattaro, autore della prefazione, sottolineando i paletti che normalmente si pongono fra noi e l’altro, secondo la sua espressione “quante volte la mascherina l’abbiamo indossata anche in tempi non segnati dal coronavirus”. Tutto questo accade mentre, come dice l’autrice, “la vita tutto rallenta mentre il mondo corre”.  Nel frattempo esiste una guida, quale elemento raziocinante silente fra la sbandatezza delle giovani menti della scuola.

C’è un parallelismo con Virgilio della prima Cantica della Divina Commedia. Si tratta di Padre Saverio che indirettamente incarna la razionalità e invita l’insegnante a sperare ma a prepararsi a disperare. C’è qualcosa di prettamente filosofico che viene alla ribalta nei dialoghi di Rosella; da una parte il concetto hobbesiano “Homo homini lupus” e dall’altra lo spinoziano “Homo homini deus”. La glaciale esistenza “fuori” e la vita in classe con Rosé. È quella nella quale essi sono ormai “presi” e catturati dall’amabilità e il senso avveniristico del domani, augurato dalla loro tutor. È come il calice e i profili contrapposti di Rubin che restituiscono fisicamente le due realtà percettive diverse. Tuttavia ciò che Rosella imprime nei cuori è il sentimento, “un sentimento con i piedi, mille piedi instancabili che si contano ogni minuto. Insieme non si avrà mai paura”. E discorrendo unitamente e inevitabilmente si delinea il transfert, la trasposizione inconsapevole nell’educatrice di sentimenti provati nei confronti delle figure significative nell’infanzia. Trasmesse in lei emozioni come la rabbia, l’angoscia, l’impotenza dietro una mascheratura di onnipotenza. Quando il controtransfert che doveva essere un ostacolo alla crescita si rivela un mezzo per portare alla luce il rimosso, facendo riemergere le coscienze che si “donano” alla loro “liberatrice”.

Con il metodo della semplice associazione di idee incentivata da Rosella si fa strada l’alleanza terapeutica nel qui e ora. La testimonianza della riuscita del lavoro psicologico anche se fuori dal setting terapeutico ci viene fornita da Mimmo che come coronamento al suo “mettersi in discussione profonda”, dopo il primo approccio di ostilità si “innamora” di Rosella e le “consegna” la rosa per il suo compleanno. Il vissuto del giovane richiama la presenza del principio maschile denominato Anima, colpito dal principio femminile, l’Animus di Rosella. Come a dire che conscio e inconscio sono legati. È curioso altresì notare come la parte peggiore, junghianamente l’ombra, “sceglie” l’interlocutore privilegiato. Tutto condito da un senso che avvolge, coinvolge e requisisce l’animo di chi lo legge, è l’idea dell’amore che secondo i latini vince ogni cosa. Tuttavia in un certo senso a superare il sentimento che appare alla base della vita vi è l’amicizia, senza la quale non ci può essere l’amore. La psicologia assicura che “si ama solo ciò che si conosce”. L’amicizia è un bene inestimabile tanto caro che ha portato lo sportivo famoso Muhammad Alì, alias Cassius Clay ad affermare che “L’amicizia è la cosa più difficile al mondo da spiegare. Non è qualcosa che s’impara a scuola. Ma se non hai imparato che cos’è l’amicizia, non hai imparato nulla”.

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