“Ventuno gradini”, il nuovo emozionante romanzo di Antonello D’Ajello, autore di “Come le rose a Maggio”

Lo sguardo è un elastico. Più lo allunghi e più si aprono spiragli, lo ritrai e tutto si ridimensiona. Le distanze non hanno presa, è nella mente che si divorano spazi. Il fardello delle ambizioni pesa solo in prospettiva di ciò che è stato o che sarebbe potuto essere. Non si può tornare indietro, la condanna è per tutti, però possiamo mantenere vivo quello che ci ricordiamo, in fondo siamo la nostra storia.

Andiamo incontro ai ricordi e li raccontiamo per mantenerci al margine della vita, per stare nei confini, per non cadere nel baratro. Per confermare come stanno esattamente le cose e sperare in altre. I ricordi sono sorsate di acqua fresca, vento leggero, tempesta emotiva. Servono a mettere in ordine i pensieri, che a volte prendono strade impervie cotti dalle fantasie, a farci stare in allerta perché sono esperienza. Difficilmente si ripetono gli stessi errori sulla base dei vecchi, le conseguenze, si sa, comportano sbandate, medie o grandi, che sono figlie dell’impulso o della malasorte. Ignorarli è da sciocchi. È come restare sempre zitti assecondando la volontà altrui sembrando ignoranti. I ricordi sono noi, i nostri occhi visionari, le nostre lacrime scontente, il nostro sangue che bolle per l’appartenenza ad un tempo, al nostro nome.

In Ventuno gradini di Antonello D’Ajello si sale sulla rampa delle emozioni. Quelle che ti fanno traballare le gambe perché quando respiri bellezza, sentimenti autentici, pensi di non farcela, ti senti mancare la terra sotto i piedi. Non tutti gli scalini portano dove vuoi, spesso devi fare proprio quelli che non vorresti e tutto appare così lontano, grande, immenso, faticoso. Quei gradini però portano alla solidità delle tue certezze, ogni passo un dubbio ed un’esitazione in meno. Salirli significa arrivare ad un equilibrio, ad un compromesso con te stesso. Sono la vita, la casa, la famiglia, le paure. Sono tante cose, ma soprattutto sono sudore di solitudine e polvere di povertà. Sono ricordi. Avanzano per suggerirti che nulla è perduto se hai la schiena dritta, il buono nel cuore, la dignità negli occhi e l’onestà nelle azioni. I ricordi sono l’elastico della vita. Si ingrandiscono e si rimpiccioliscono a seconda di quello che ci mettiamo nell’animo.

Sorprendente lo stile dell’autore. La narrazione ti conquista, si fa carne, passione e respiro. La prosa è pulita, fortemente evocativa. Il lettore non ha mai un cedimento, è sempre lì con Nenello, il protagonista principale. Non lo lascia neanche quando arriva all’ultimo punto, vorrebbe ancora salire con lui i ventuno gradini e osservare le lingue di ferro di binari che portano ai sogni, alle domande, nel viaggio che si chiama esperienza, vita.

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