Strade di porto, la prima creatura letteraria di Francesca Colelli

L’estate scorsa, mentre aiutavo mio nipote di 8 anni a svolgere i compiti per le vacanze, a bruciapelo gli ho posto una domanda: “Cos’è per te la poesia?” Ci ha pensato qualche secondo e poi, candidamente, mi ha risposto: “Le rondini”. In quell’occasione ho immediatamente pensato che “lavorare” con i bambini, nel mio caso con i ragazzi, è un grande privilegio. Insegno Lettere in un Liceo Classico e ho una fortuna immensa: quella di occuparmi delle parole tutti i giorni con i miei alunni; condivido con loro non solo biografie, poetiche, componimenti di grandi autori della Letteratura Italiana e straniera, ma soprattutto l’opportunità di porsi domande in un mondo che ha la presunzione di avere risposte assolute per tutto. La mia fortuna diventa doppia, poi, quando, proprio dai miei studenti arriva il desiderio di scrivere e di creare, emerge la necessità di esprimersi.

È quanto ha fatto Francesca Colelli, ragazza dalla sensibilità straordinaria, che, prima a piccoli passi e poi con crescente consapevolezza, ha voluto sperimentare un genere così difficile. Sì, perché la poesia è esperienza estetica, è bellezza senza scopo, è forma della parola oltre che significato, è complicato lavoro di pazienza, di amore e di odio, è riflesso di sé in uno specchio spesso distorto dalla realtà.

Poetessa esordiente meritoriamente pubblicata, Francesca è voce che, spero, si vada ad aggiungere presto ad altre voci di alto livello, è voglia di aprir- si alla vita, è resistenza al richiamo nichilistico dei tempi moderni. Nell’architettura dei versi si avverte la presenza e l’essenza degli studi classici condotti dalla scrittrice: la loro sintassi, i vari registri linguistici, le scelte retoriche esprimono il prezioso lega- me esistente tra passato e futuro, necessario per la comprensione dell’oggi.

I suoi testi attraversano “un paradiso macchiato dall’asfalto”, incarnano l’esigenza “d’esser presente e d’esser pensante”, hanno “spalle larghe a sostenere il peso di due cuori”, presentano le cicatrici di “un segno poetico sulla pelle”, segnano un tempo “candido” di chi non ha più paura da quando ha in- contrato la parola. Il cuore di Francesca “batte forte scandendo ogni pensiero in questo silenzio”, un silenzio che, nei suoi versi, si trasforma in “melodia delle corde”, si anima dei sogni di chi, oggi più che mai, sente il bisogno di far parte della comunità in grado di non vendere l’anima alle lusinghe e di riappropriarsi del tempo presente. Umberto Saba in un suo componimento scriveva “Amai trite parole che non uno osava. M’incantò la rima fiore-amore, la più antica difficile del mondo”…

Beh, mi auguro che i lettori di questa raccolta vengano incantati dalle rime di Francesca, modi che suggeriscono speranza, amore, amicizia, sogno a chi tutto questo desidera eppure non ha.

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