“Cantate Inni”: l’opera prima di Antonio Calabrese che raccoglie le lodi ai Santi venerati a Novoli e nella Diocesi di Lecce

Vorrei iniziare questo mio intervento chiarendo i termini della parola Inno e Innodia. La definizione che ne dà sant’Agostino con il suo linguaggio chiaro e stringato non ammette eccezioni; l’Inno è una lode in canto rivolta a Dio. Se manca uno di questi tre elementi – lode, canto, Dio – non siamo in presenza di un Inno.

L’inno è una composizione poetica quasi sempre accompagnata dalla musica, in forma strofica; le raccolte di inni prendono il nome di “innari”, molto diffu- se all’interno della liturgia. Tale forma liturgico-musicale si sviluppò molto in oriente nella civiltà greca meno in quella romana.

Le prime comunità cristiane hanno fatto largo uso di questa forma innica che, in modo semplice, sviluppava la dottrina cristiana; una prima forma di evan- gelizzazione attraverso il canto. Ambrogio, vescovo di Milano, è considerato il padre dell’innodia latina. Insieme a lui vanno ricordati altri autori come Venanzio Fortunato, Pietro Diacono, Alfano di Salerno, Pietro Abelardo. Da ricordare anche la produzione di Ildegarda di Bingen.

Gli inni nella tradizione liturgica cristiana sono suddivisi in due filoni: quelli in prosa e quelli in versi. A tal proposito va ricordato sant’Efrem con tutta la sua produzione di inni liberi. Invece, Paolo VI, con la riforma della Liturgia delle Ore, introdusse all’inizio della preghiera l’inno in strofe da cantarsi con un’uni- ca melodia.

Oggi con il termine Innodia si intende, anche in maniera generica, una rac- colta di testi liturgici da mettere in musica. Sarà la riforma liturgica del Vaticano II del dicembre 1963 a dischiudere un cammino di sperimentazione e di ricerca per la composizione di testi non soltanto per la liturgia delle ore, ma anche testi per la celebrazione della Messa e dei vari sacramenti. È, quella dei testi, una questione che in questi oltre 50 anni di riforma non è stata mai affrontata in ma- niera seria e documentata.

Purtroppo dobbiamo lamentare una produzione infinita di testi non adeguati e pertinenti alla liturgia; testi a volte banali e prosaici; testi introspettivi e privi di quell’afflato biblico e liturgico presenti nei grandi inni del passato, prima della ri- forma. A onor del vero, il Repertorio Nazionale di Canti per la Liturgia (2009), ha offerto una serie di buoni testi che affondavano le radici nella Bibbia con uno stile poetico dignitoso. Vanno anche citati alcuni autori che, in questo cinquantennio, hanno realizzato dei testi di un buon livello poetico e liturgico: Poma, Galliano, Rossi, Rainoldi, Felisetti, Costa, Ladisa. Ma il tutto si è sviluppato senza un pro- getto chiaro e condiviso da parte dell’autorità liturgica nazionale.

Una prima edizione degli inni della liturgia delle ore è stata pubblicata con una buona traduzione poetica e contenutistica, ma con un limite di fondo: i versi non avevano lo stesso numero di sillabe e anche gli accenti cadevano su sillabe diverse. Ciò ha creato lungo questi anni un serio problema per i musicisti in quanto le strofe non erano tutte uguali; per poterle cantare con una melodia unica occorreva che le strofe fossero isosillabiche e isoritmiche, cioè dovevano avere lo stesso numero di sillabe e gli accenti sulle stesse sillabe dei vari versi. Si è ovviato a questa difficoltà proponendo per questi inni delle cantillazioni, snaturando così la natura dell’inno che richiede il canto.

In questo periodo si sta mettendo mano ad una nuova edizione della liturgia delle ore, e il gruppo di lavoro intorno agli inni ha fatto suo questo principio della analogia ritmica e sillabica degli inni, in modo che si possano cantare fa- cilmente su un’unica melodia. Ma la vera sfida sottesa al lavoro sulla innodia riguarda la poetica della fede, che rimanda alla questione linguistica da usare nella liturgia; trovare parole di vita e d’arte che ci avvicinino a Dio. La chiesa più che di esperti di innodia ha bisogno di poeti e artisti che coniugano insieme testo e fede, poesia e vita, bellezza e divinità. Un buon testo deve avere presente il rito, la tradizione culturale, letterale e musicale di quel paese, le persone.

Un canto dovrebbe costituire una sorta di appuntamento, un cammino sia di preparazione al sacramento che nel tempo della celebrazione; ma questo potrà accadere con un testo efficace e una musica avvincente e interessante che si inte- gra in questo percorso mistagogico. San Giovanni Crisostomo diceva di portare a casa, come una perla preziosa, il ritornello del salmo responsoriale che abbia- mo cantato più volte durante la celebrazione e di cantarlo alla propria moglie o al proprio marito.

Dopo questa ampia introduzione, per comprendere lo stato attuale delle va- rie questioni, è doveroso complimentarsi con il maestro Calabrese per la ricerca realizzata sulla innodia. Il lavoro è introdotto da un excursus storico del canto sacro in generale e della innodia in particolare; è interessante notare lo sviluppo del canto sacro che ha accompagnato la liturgia cristiana lungo i vari secoli. La seconda parte del volume offre un esempio di innodia che caratterizza le feste dei vari santi con una attenzione alla religiosità popolare delle nostre popolazio- ni del sud, in particolare nella cittadina di Novoli. Naturalmente testi e musica a volte risentono delle situazioni storiche e culturali in cui sono state scritte, ma l’operazione di recupero ha il merito di aver riproposto all’attenzione degli esperti questo problema fondamentale dei testi da cantare durante la liturgia. È venuto il tempo di realizzare un antifonario in lingua italiana, come modello, così come auspicava il grande don Rainoldi, dove trovare testi dignitosi ed elevati per la preghiera liturgica delle nostre comunità.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail