I dubbi del cammino. Monologo di un inetto

 

Sul palcoMonologo di un inetto, ovvero di un tale che così si considera (ma noi non sappiamo se lo sia), seduto su di una sedia di legno su di un palcoscenico vuoto, solo, seminudo, con un faro puntato addosso, col pubblico di fronte. Il tale non può vedere il pubblico, perché è al buio, così gli pare di parlare dinnanzi al vuoto. Allo stesso tempo, l’invisibilità della gente lo mette a proprio agio.

“Vedevo la mia vita, questo imperfetto funge da augurio, come una serie di situazioni nelle quali mi ero volontariamente addentrato, situazioni che furono dei percorsi lasciati a metà, percorsi nei quali tutto me stesso avevo speso, ambizioni di una vita, scemate improvvisamente sul più bello: una serie d’inganni.

Ed ora mi trovavo, questo imperfetto funge sempre da augurio, perduto senza direzione, contrariamente a quando ne avevo avute tante e riuscivo a percorrerle tutte, e così cercavo ora di intraprenderne una, ma poiché non la vedevo ché evidentemente era inesistente, camminavo a caso disegnando una traiettoria, forse una direzione, ma non saprei. Si sa che una direzione è una retta ed io, camminando casualmente, può essere che descrivessi una retta, o anche no. È più probabile che descrivessi una circonferenza, così appassionato di perfezione come sono.

Ma supponendo che stessi descrivendo una circonferenza, la tale subito verrebbe prima o poi abbandonata, ché mi persuaderei, nel supporre ciò, che tentando di descriverla essa sarebbe imperfetta, e dunque quale sarebbe il senso di continuare? E così intraprendo un’altra direzione, niente più imperfetto, ch’ho perso la speranza ormai. Troverete tante tracce di me sulla spiaggia: ho camminato molto, ma non mi troverete su quella spiaggia, ché poi ho preferito il mare. Ma anche il mare ad un certo punto non mi sembrò abbastanza profondo ed al contrario troppo esteso e perciò dispersivo, così mi rifugiai su un’isola, credendo che, percorrendo il suo confine avrei intrapreso una direzione. Ma non era ancora una retta. Era la retta in realtà a spaventarmi ed eccitarmi: essa, nella sua infinitezza, non ha alcun punto d’arrivo, e tale mancanza, che da un lato significava speranza, era anche paura d’ignoto, e che in quell’ignoto potessi prima o poi stancarmi di camminare, non intravedendo alcun fine. Sull’isola c’era un monte, ed il mio obiettivo fu di scalarlo per arrivare alla cima. Forse dall’alto avrei avuto una visuale migliore sul tutto, ma non avendo mai scalato una montagna mi prese la paura e pensai che la miglior cosa da fare era certamente continuare a camminare o nuotare, ché m’erano più familiari. E mi chiesi se ciò significasse inerzia oppure perseveranza o se fosse semplicemente paura. Inabile a definirlo, mi fermai, e da fermo decisi di tornare sulla terraferma, ché mi mancava assai. Mi ritrovai però coi piedi nudi ed i vestiti bagnati e a brandelli. Incapace per orgoglio forse, o per timore dell’altrui giudizio e derisione di petere aiuto, mi trovo qui su questo palco dinnanzi al buio che cela la gente, affinché io, in maniera indiretta, credendo di non chiedere aiuto, possa chiedere aiuto a tutti voi. Forse lì nel buio non c’è nessuno. Forse nessuno mi ascolta. Ma mi illudo che qualcuno ci sia. Sono fermo qui e non so dove andare. Non vedo nulla fuorché queste mani e nulla odo fuorché la mia voce. Forse sono nella luce? Ma vedo il buio. Vedo il buio per contrasto. Fui forte quando camminai, ora son debole e stanco, fui determinato nel cercare una direzione, ora ho i piedi nudi. Incapace di cavalcare l’onda mentre cercavo la profondità, incapace di perpetuare la retta, sono nudo su questo palco, cibo per i cannibali, tutta la luce su di me, tutto il buio dinnanzi. Ridottomi a sperare che uno di voi m’indichi la via, e che di costui mi possa fidare, ma si sa, così debole potrei prendere un abbaglio ed esser digerito da un cannibale, forse dovrei riprendere a camminare a caso, per non perdere l’allenamento, o forse dovrei riposare e raccogliere le energie per il cammino futuro? Il futuro, quella retta infinita che tanto temo! Il passato, quel punto di quella circonferenza imperfetta in cui sempre ritorno! Il presente, oh, l’incertezza, la fatica continua, il cammino senza fine!

Sono stanco, non so più pensare. Datemi un’idea”.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail