“Quattro sbarre nell’anima”, l’ultimo romanzo di Massimiliano Cassone per i tipi di argoMENTI Edizioni

Copertina Quattro Sbarre Nell'Anima“Il tempo non sana tutte le ferite. Le ferite rimangono. Col tempo la mente, per proteggere se stessa, le cicatrizza e il dolore diminuisce, ma stanno sempre lì, sono tatuaggi dell’anima”.

È proprio intorno all’anima, richiamata con forte evidenza nel titolo, che si snoda il romanzo “Quattro sbarre nell’anima”, scritto da Massimiliano Cassone per ArgoMENTI Edizioni.

Il romanzo racconta le vicende di Martino, giovane boss della SCU, il quale ripensa alla sua vita, violenta e intensa, mentre sconta l’ergastolo nella sua cella. Ma non sono le sbarre della prigione a togliergli la libertà, la voglia di immaginare un futuro: quelle sbarre lui se le sente dentro di sé, tatuate nell’anima, insieme ai frammenti di memorie che raccoglie in uno scritto da consegnare al figlio, l’amore più grande della sua vita.

Chi è Martino? È un giovane cresciuto in un paese del Salento, un “balordo”, diremmo, che fa amicizia con altri suoi simili quando la società lo respinge, lo fa sentire inadeguato. Così, insieme a Nino, Giuseppe, Oronzo ed Alessandro, comincia la scalata nell’ambiente criminale salentino, fino a diventare un boss e a macchiarsi di feroci e inauditi crimini, raggiungendo i vertici dell’organizzazione mafiosa in cui si è inserito, la SCU.

Attraverso le sue vicende, Cassone ci racconta gli anni bui della crescita di cellule malavitose nel Salento, dove è ambientata la vicenda. Il romanzo è un racconto di mafia, crudo, violento, aberrante; i fatti narrati, benché liberamente inventati dall’autore, fanno riferimento a una realtà di cui tutti siamo a conoscenza. Emerge lo spaccato di un Salento squassato dal crimine. Potrebbe sembrare un quadro distorto, con delle forzature, ma non è così; basti pensare a Renata Fonte, alle tante vittime di soprusi, al pizzo, alle rapine, alla diffusione della droga negli anni Ottanta…

Martino, però, non è solo un boss, è un “fine pena mai”, uno che non ha accettato possibili sconti di pena: sa di aver sbagliato e sceglie di pagare fino in fondo, perché è giusto così, sarebbe vile diventare un pentito per avere dei vantaggi. Questo non fa di lui un eroe: tenero nel suo intimo, con un anelito verso il miglioramento di sé, caratterizzato da un grande e profondo rispetto per gli affetti familiari e gli amici, resta un malavitoso, uno che ha ammazzato tante persone, ha gestito per i suoi fini criminali le vite altrui, ha esercitato la “sua” giustizia, si è arrogato il diritto di decidere per gli altri.

L’argomento è delicato, ma Cassone, attraverso la scelta di Martino di non pentirsi, esprime un punto di vista deciso, netto, coraggioso: è giusto, umano, possibile, il pentimento, ciascuno ha diritto a un percorso di redenzione (infatti quasi tutti i nodi nella vita di Martino saranno sciolti, la sua umanità ne esce salvata), ma il male fatto rimane, come le cicatrici. “Come vetro tagliente, ogni singolo attimo ricordato sfregia l’anima, però bisogna ricordare”: non è possibile cancellare vicende così gravi con un semplice esame di coscienza.

Incontriamo Martino alla vigilia di una tappa per lui molto importante: sta per laurearsi in Filosofia. Durante la detenzione, infatti, ha studiato con impegno e passione per sciogliere i nodi che gli tormentano l’anima e coronare un sogno quasi irrealizzabile. Il giorno della sua laurea è anche l’acme della sua vita: il sogno si realizza, anche se l’epilogo sarà tragico e, in un certo senso, dovuto. La vicenda, infatti, proprio in chiusura, cambia ogni possibile aspettativa e il lettore rimane schiacciato dagli eventi, mentre si chiede che cosa sia giusto e che cosa non potrebbe esserlo.

C’è del coraggio in Cassone quando, omaggiando Peppino Impastato, fa dire al suo non-eroe: “La mafia è un mare di merda, ci si affoga dentro, convinti di sedere sul trono del rispetto, ed intanto vola via la vita…”. La denuncia è chiara e forte. Eppure l’autore non è banale nel suo giudizio: attraverso il racconto delle vite “balorde” di Martino e della sua squadra, sembra domandarsi se una realtà criminale nasce perché gli uomini sono inevitabilmente divisi in buoni e cattivi o perché talvolta le circostanze inducono a scelte criminali.

“Quattro sbarre nell’anima” è un racconto di mafia, ma non solo: è la storia di un atto d’amore di un padre nei confronti del figlio, a cui rinuncia per allontanarlo da sé. L’autore descrive con grande delicatezza la complessità affettiva di questo boss controverso, violento, ma capace di una tenerezza struggente, capace di commuoversi al pensiero del cavalluccio a dondolo ricevuto dalla Befana, che ricorda con nostalgia ed emozione l’educazione semplice e severa impartitagli dalla sua umile famiglia d’origine. Eppure è un boss, uno che ha ucciso e non una volta sola: “Nessuno si faccia influenzare da quello che scrivo sull’amore perché, quando ho ammazzato, l’ho fatto in modo convinto. Sono un assassino”, dirà Martino ad un certo punto.

Che cosa vuol dirci, dunque, l’autore del romanzo? Forse che talvolta è fin troppo comodo definire, etichettare i comportamenti e le persone, quando invece avremmo una società migliore se sapessimo guardare oltre i gesti? Non giustificarli, per carità, questo non è umanamente possibile, neanche giusto! Ma domandarsi il perché di certe scelte, di certi comportamenti devianti?

E qui emerge un altro tema interessante e ricco di spunti: la rieducazione. Buona parte della narrazione avviene in prigione, in una cella: Martino è stato condannato, c’è stato un maxi processo, è un 41/bis, per lui la detenzione è durissima. Cassone sembra suggerirci che anche lì, in quella cella, sia possibile una rinascita: per Martino avverrà grazie a Cristiana, la bella e giovane insegnante che lo accompagnerà nel suo corso di studi. Ma per gli altri? Esiste, nelle nostre categorie mentali e nella nostra cultura, l’idea della rieducazione? O pensiamo che il carcere dovrebbe essere pena, abbrutimento, maltrattamento? È un tema scottante, questo, al quale l’autore dedica un capitolo del romanzo, in cui confronta il sistema carcerario italiano con quello, molto più avanzato, della Norvegia. “Il carcere non sono soltanto le ‘quattro mura’, non è solo la privazione della libertà, il carcere di un fine pena mai è l’elisione del futuro e non serve a nulla, se non a farci marcire qui dentro, gravando sulle tasche dei contribuenti”. È una considerazione dura, questa di Cassone: è veramente utile questo tipo di detenzione? E, se non lo è, come si può pensare alla rieducazione in istituti penitenziari sovraffollati, in condizioni igieniche e di sorveglianza precarie? Fortunatamente negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, sia nella nostra percezione che nella realtà delle carceri italiane. Giusto per citare un esempio: il supercarcere di Lecce, grazie all’illuminata visione del suo comandante, dott Secci, e del direttore, dottoressa Russo, ha avviato un percorso teatrale attraverso la compagnia “Io ci provo”, formata da attori/detenuti che dal 2011 lavorano nel carcere di Lecce. La Compagnia si esibisce all’interno del carcere e al suo esterno, in alcuni teatri, per rimarcare che il carcere non è separato dalla “città libera”e che una salvezza, sotto il profilo umano, è possibile.

“Quattro sbarre nell’anima” è, dunque, un romanzo che va letto con attenzione, senza pregiudizi; racconta una realtà difficile con coraggio e, se vogliamo, ingenuità: il bene emerge, anche se non è quello prevedibile; persino una vita ”sbagliata” può avere valore, trovare un senso.

Il romanzo è costruito attraverso un lungo flashback, intervallato da riflessioni sulla vita in carcere e sul presente del detenuto; la narrazione è arricchita da fini descrizioni, sia paesaggistiche (il mare e la campagna, nella loro maestosa bellezza, sono la preziosa cornice naturalistico-affettiva entro cui si muove il protagonista) che dei sentimenti e delle emozioni, con passaggi intensamente poetici. Emerge la delicatezza dell’autore, il suo animo poetico, ma c’è anche la capacità di raccontare l’efferato criminale che, con disinvoltura, scanna i nemici. Leggendo questo romanzo, ci piace pensare che Martino, e chi, come lui, vive da criminale, è un uomo e, in quanto tale, ricco di sentimenti e sensibilità, capace di riflettere sulle scelte sbagliate, giudicarle e provare ad essere migliore. “Il carcere è uno smottamento dell’anima”, aveva scritto qualche anno fa M. Paturzo, nel raccontare la sua esperienza di detenzione nel carcere di Lecce. “In questa cella, appeso ad un filo di malinconia pronto a spezzarsi sotto il peso dei ricordi, mi accorgo di come sia lento lo scorrere del tempo quando mi sento male”, dirà Martino. Le due citazioni raccontano la stessa, dolente pena dell’anima: Cassone ha saputo intuire e raccontare la pena di un uomo, consapevole di aver commesso errori da cui non si torna indietro, con la forza e la plasticità di un’esperienza reale e con la poesia che contraddistingue tutta la sua scrittura.

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