Oro nero, tempa rossa

“Scende l’oro nero                                                               
Scende l’oro nero                                                                        
Io misuro il prezzo                                                                 
Tiro sul costo 
Nascondo il tasso
Pianifico il mezzo                  
Spacco il minuto                          
Arrivo sul prezzo        
Cambio tasso                                                                              
Affondo il tizio…
E compro

Spingo comunico                                                                           
Abbraccio il prezzo
Seguo innalzo
Glorifico il mezzo
Fino a quando
Vola il greggio
E… vendo
E vendo”

( La cinese – Ivano Fossati)

Tempa rossaLo scandalo “Tempa Rossa” che ha coinvolto il ministro Federica Guidi conferma l’importanza di votare sì al referendum del 17 aprile 2016. Non si mette in dubbio che il progetto Tempa Rossa sia del tutto strategico in termini occupazionali (meglio astenersi dal balletto sui numeri dei potenziali nuovi posti di lavoro perché ognuno si scatena a dire panzane in merito), non solo per la Basilicata ma per tutto il meridione.

Questo gigante petrolifero gestito dalla Total, che prende il nome dalla frazione del comune di Corleto Perticara in provincia di Potenza, dove sorgerà lo stabilimento, avrà una capacità produttiva di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 metri cubi di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo al giorno, secondo le stime del “Sole 24ore”.
L’investimento della Total nel potentino va ad aggiungersi a quello dell’Eni già attivo da anni nella Val D’Agri. Quello che però desta sconforto è sapere come dietro a questo grande progetto di sviluppo si siano scatenati, come sempre, gli appetiti dei furbetti del nostro paese e gli intrallazzi politico famigliari per i quali il governo Renzi si è già imposto all’attenzione delle cronache.

Ma questo è il meno. La cosa più grave è che l’affaire Guidi-Tempa Rossa conferma come questo governo sia ostaggio delle lobbies che ne guidano più o meno scopertamente le azioni politiche. Il governo Renzi, per bocca dei suoi più importanti esponenti, si difende affermando di non essere stato a conoscenza della liaison fra la Guidi e Gemelli, il faccendiere coinvolto nello scandalo, trincerandosi dietro l’ipocrita legge voluta dal Governo Monti nel 2013 che impone ai ministri di dichiarare anche redditi incarichi e partecipazioni azionarie del coniuge. 

“Del coniuge”, sottolineano i Dem, ma non “del compagno”, facendo sussultare i sostenitori delle unioni civili. Ma davvero nessuno nel governo sapeva della liaison Guidi-Gemelli? Non mette conto la difesa d’ufficio della Guidi, che sostiene sul “Corriere della Sera” di non essere a conoscenza degli affari del marito. Può, insegnamento evangelico a parte, la mano destra non sapere cosa fa la sinistra? Ciò è inverosimile, surreale, ma la Guidi è un politico e perciò stesso del tutto priva del senso del ridicolo. Quindi nessuna sorpresa di fronte alla farneticante uscita della ministra. Sorprendono di più le affermazioni della sua collega Boschi la quale, dopo essere stata capace di sostenere la propria estraneità alle attività professionali del padre, avrà pensato che fosse davvero una passeggiata smarcarsi da quelle del compagno di una collega di governo. Infatti, prontamente, miss occhioni dolci si è dichiarata estranea all’imbarazzante inciucio della Guidi. Ma possiamo credere che non sapesse dell’unione sentimentale dell’ex Ministro dello Sviluppo Economico?  E se invece, come appare scontato, lo sapeva, poteva il Ministro dei rapporti con il Parlamento non avere appreso parimenti che il compagnuccio della Guidi fosse indagato per corruzione?  Ai diretti interessati la cosa era nota da più di un anno. Dunque, se la Boschi lo sapeva, poteva non averne informato Renzi, il suo capo?

Il governo Renzi ha voluto inserire nella legge di stabilità l’emendamento che sbloccava i lavori del giacimento petrolifero Tempa Rossa, a Corleto Perticara. Questo stabilimento è legato a doppio filo con Taranto, nella cui raffineria Eni i materiali estratti arriverebbero, attraverso l’oleodotto che collega Basilicata e Puglia, per la lavorazione finale e lo smistamento, ossia la vendita all’estero attraverso il porto tarantino.  Si aggiunga che il Ministro Guidi è un imprenditore e l’azienda della sua famiglia si occupa anche di energia, dunque un conflitto di interessi grande, ma grande davvero, che nessuno si è premurato di risolvere. Ora diverse persone, a partire dalla sindaca di Corleto Perticara per arrivare a Gianluca Gemelli, a vario titolo sono indagate, e alcune arrestate. Emerge, prepotente, la volontà del governo Renzi di promuovere delle politiche energetiche quasi  unidirezionali nel nostro paese, spianando corsie preferenziali agli investimenti petroliferi e ai malavitosi che da questi traggono indebito guadagno, e riservando le briciole alle aziende che investono nelle energie rinnovabili. Anzi, cercando in ogni modo di sbarrare la strada a queste ultime. Basti pensare allo sciagurato provvedimento con il quale hanno imposto tre anni fa il pagamento dell’Imu anche alle aziende delle rinnovabili (per esempio, equiparando gli impianti fotovoltaici a capannoni industriali e costringendo tante piccole aziende del tutto impotenti di fronte a questa vessazione fiscale a vendere o dichiarare fallimento).
Di fronte allo scandalo, le opposizioni che fanno? Niente, se non gridare come al solito a favore di telecamera e cercare un piccolo e meschino ritorno di credito elettorale.  Infatti, i Cinque Stelle dicono di voler presentare una mozione di sfiducia ma non volerlo fare insieme al centro destra, nel centro destra ognuno grida contro l’altro, e in barba a questi quaquaraqua il Governo continua ad agire. Ora, ritornando al referendum di cui sopra, appare chiaro, alla luce di quanto emerge dalle cronache, che il governo Renzi voglia boicottarlo, mentre quasi tutte le forze di opposizione sono per il sì. Se infatti il governo persegue le dissennate politiche energetiche che puntano esclusivamente sugli idrocarburi  e sulle lobbistiche compagnie petrolifere che lo foraggiano, qualsiasi interferenza  gli apparirà come fumo negli occhi e i presidenti di regione pro referendum, con in testa Emiliano, come dei guastafeste .

Come pure appare chiaro un altro punto. La vittoria del sì al referendum non cambierà le cose, purtroppo, nonostante la legittima enfasi di chi in questo momento si batte per la causa. Le trivelle continueranno a operare, in terra e in mare, da nord a sud dello stivale. Non hanno ragion d’essere le preoccupazioni di chi vota no, illustrate da Oscar Giannino sul “Messaggero”: rischio per circa 30.000 posti di lavoro, recessione occupazionale al Sud, perdita di fiducia degli investitori stranieri.  Le fonti fossili continueranno ad alimentare questo paese. Però, la vittoria del sì rappresenterebbe almeno uno schiaffo morale per Renzi ed il Pd, ai quali si manderebbe chiaro il messaggio che non riescono ad intortarci con le belle parole e le riforme farsa, che siamo tutti consapevoli di quali siano i veri interessi che muovono le scelte governative, e della inquietante connection in atto.  Come dire, continuate con i vostri loschi affari personali, ma sappiate almeno questo: ccà nisciun è fess! 

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