La doppia faccia delle biografie: figuraccia e sopravvivenza

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Si partirà in questa sede con una considerazione derivata in parte dagli studi ed in parte dall’osservazione del popolo. Per popolo s’intenda la gente di bassa e media cultura.

Si vuole considerare in questa sede la vita privata dell’artista famoso, intendendo per artista colui che crea opere appartenenti a qualsiasi settore (della cucina, della letteratura, della musica, della pittura, ecc.), e per vita privata tutto ciò che dell’artista ci è estraneo, come per esempio anche le peripezie affrontate prima che le sue opere diventassero famose e dunque ch’egli pure lo diventasse, le esitazioni, gli strafalcioni, i fallimenti. Non ci interessano in questa sede gli amori, i figli e le residenze varie degli artisti in questione, né i nomi esatti di essi, né le loro opere: voglia essere il soggetto qui presente una generalizzazione esclusivamente delle vicende intellettuali loro, molto in breve.

Ciò che anzitutto tanto il popolo quanto i più acculturati conoscono di un artista sono il nome e l’opera sua, e noteremo, sia da parte del primo che dei secondi un generalmente forte interesse verso le vicende intellettuali sopra citate, dovuto spesso ad una marcata voglia dei soggetti in questione di assimilarsi ad essi, ovvero di trovare qualcosa in comune con queste grandi menti. E così si usano espressioni del tipo “Fare la gavetta”, riferendosi al fatto che chi è arrivato in alto in genere è partito dal basso ed ha affrontato molte difficoltà e sacrifici, dunque per analogia tutti noi dobbiamo fare la gavetta al fine di arrivare in alto: in fondo non siamo altro che la brutta copia della gente famosa, gente famosa che a sua volta, prima di diventare famosa, era la brutta copia di altra gente famosa. Funge, questa gente famosa, da exemplum, ed in qualche modo ci stimola a non arrenderci.

Questa mistificazione culturale nella quale ci si adagia si ritorce contro noi stessi, id est non ci fa rendere conto della gravità reale di un errore qualsiasi, noi ritenendo tale errore un’opera d’arte, o comunque giustificato da una mente superiore (la nostra?), poiché il più grande strafalcione dell’artista può o portare ad una grande opera d’arte o ad un intenso studio da parte dei critici di esso, ovvero tale strafalcione diventa l’opera d’arte tra le opere d’arte dell’artista, in entrambi i casi. Chiameremo tale processo “Artistificazione dell’artista”, e lo spiegheremo con un esempio, allontanandoci per un attimo dalla universalizzazione: “Per ulteriori informazioni devi mangiare al presidente dell’associazione” oppure “Ad una opportunità del genere non ti conviene rifiutare”. I verbi sottolineati sono entrambi un caso di lapsus, con la differenza che nel primo caso l’emittente pronuncia un verbo che è inappropriato in quel contesto, declinandogli una preposizione errata, quindi l’unica ipotesi è che l’emittente si sia distratto ché magari aveva fame, trascuriamo invece l’ipotesi che ignorasse la transitività del verbo Mangiare, perché la preposizione risulta in tal caso secondaria, ché l’errore principale è il verbo sconclusionato; il secondo caso è invece una particolarità di lapsus, poiché il verbo si confà al contesto, ma in base alla preposizione bisognava usare un suo sinonimo, e non possiamo sapere se l’autore ignorasse la transitività del verbo rifiutare o se volesse usare il verbo Rinunciare ma è scivolato, distratto ché forse aveva fame. Dovendo valutare l’errore nelle due frasi, riterremo grave l’errore del secondo caso, meno grave, se non addirittura trascurabile, il primo caso.

Supponiamo ora che gli errori in questione siano stati commessi a)da uno scrittore b)da un musicista.

Opinione dei critici dello scrittore:

Primo caso: “Forse il maestro, troppo preso dal suo fuoco creativo, non mangiava da un po’ . Eh, un grande artista come lui, troppo preso dal fuoco creativo, ignora i bisogni fisiologici”;

Secondo caso: “Licenza poetica: non è possibile che un maestro come lui non sappia che Rifiutare è transitivo!” (fiducia verso l’artista);

Opinione del popolo: “Pure i grandi scrittori sbagliano i verbi! Denuncerò l’insegnante di mio figlio: che gli metta 8! Diventerà scrittore, il figlio mio!”;

Opinione dei critici del musicista:

Primo caso: come per lo scrittore Primo caso;

Secondo caso: “Ha piegato la metrica del testo alla musica! Licenza poetica!”;

Opinione del popolo: “’Sti musicisti, che ignoranti perdigiorno! Nemmeno un verbo corretto!”.

Diverranno le frasi pronunciate dallo scrittore famoso poesia, quelle dal musicista solo oggetto di dibattito, ché la parola mestier suo non è. Diverso sarebbe un Do naturale sulla dominante del Re minore: lapsus di penna? Rivoluzione tonale? Rivisitazione di una rivoluzione tonale? Eccetera.

Ognuno di noi, leggendo nella biografia del tale artista che sbagliò il verbo, si sentirà autorizzato a sbagliare. Mi riferisco ad esempio alla pratica di qualche studente in gamba che usa considerare il monito dell’insegnante (riguardante un errore commesso dallo studente) come un segno del proprio essere rivoluzionario nei confronti della tecnica, ossia come un segno della propria genialità, un monito di cui andare fieri, insomma, così come il fatto di non studiare o studiare poco, e quanti se ne vedono, che, in gamba, “Io non studio mica!” e si ritrovano un buon risultato, un po’ casuale, dovuto all’intuizione e non alla tecnica, ma la tecnica, oh se è importante! E se ne vantano, oppure ottengono un risultato non buono, e se ne vantano ugualmente, per il motivo sopra esposto. Ma attenzione, attenzione, ché questo errore può essere fonte di disgrazie!

Essendosi appena discusso del compiacimento per un errore dovuto ad una certa esuberanza da parte degli studenti e non, relazionata alle biografie de’ giganti e dovuto anche ad un certo atteggiamento da parte degl’insegnanti che spinge lo studente a compiacersi di se stesso, così che egli si formerà così, e son gli studenti i semi della società (pessimi insegnanti, costoro, individuateli, studenti, e statene alla larga!), discuteremo ora di come queste biografie possono d’altro canto, con un po’ d’umorismo nostro, aiutarci a vivere e a sentirci a nostro modo dei grandi, anche se siamo piccolissimi, ché in fondo un po’ grande lo è chiunque, per la maniera d’affrontare le difficoltà e per la capacità di sopravvivere. Ci vuole un po’ d’umorismo, appunto, ed un po’ d’autoironia mista a megalomania, tutte qualità che ci permettono per qualche attimo di vedere noi stessi vivere, e cioè d’uscire da noi stessi e di vedere dall’esterno tutte quelle sciagure che ci capitano e che dal nostro interno ci paiono delle sconfitte, una roba insormontabile, e ci fanno sembrare che la vita ci crolli addosso ed una volta crollata ci scorra addosso, noi schiacciati dal peso suo.

<< (…) Gli capitò all’età di 52 anni una micosi all’alluce destro che gli provocò un gran dolore tale da farlo cadere dalla scala una mattina, zoppicante, mentre si recava in fabbrica. Il caso volle che la caduta fosse blanda, ed il dolore non gl’impedì di andare a lavorare: sappiamo per certo dai tabulati che timbrò il tesserino quel giorno, e solo a sera consultò per quell’unghia il medico che gli prescrisse totale riposo per una settimana. In quella settimana si dedicò al figlio adolescente, scrivendo in quei giorni un diario che intitolò “Lo Zibaldone dell’operaio”, prevalentemente in forma di dialogo. Le caratteristiche che più risaltano in quest’opera sono stile fluido, grammatica e sintassi corrette, nonostante avesse abbandonato la scuola a 16 anni per entrare in fabbrica. Solo un errore è presente, nella frase

“Ad un’opportunità del genere non ti conviene rifiutare”, riferita al figlio che gli chiedeva se fosse opportuno iscriversi ad un corso gratuito per il patentino, sacrificando un po’ la scuola>>.

Leggeremo con attenzione la vita dell’operaio, magari raccontata da qualche scrittore famoso “Tratto da una storia vera, contiene fonti dirette”, ci sarà scritto sulla copertina del romanzo, e la frase con errore diverrà citazione erudita.

Così, possiamo riuscire ad affrontare il peso della quotidianità fingendo d’essere gente da biografia, e cioè gente importante. In fondo è così, siamo tutti un po’ importanti, e la vita pesa un po’ a tutti. Per riuscire a far ciò è però necessario raggiungere il nostro stato di vita ideale, ovvero quello status di mente e d’azione che ci permette di sentirci grandi, e per far ciò dobbiamo vivere pensando a noi stessi tutti i giorni come ciò che vorremmo essere, ovvero dobbiamo guardarci vivere e scrivere una specie di copione che a guardarci dall’esterno ci faccia sembrare a noi stessi come ciò che vorremmo essere, e che ci renda convinti che gli altri ci vedono così.

L’operaio in questione, che sempre ha avuto velleità letterarie, si guarderà dall’esterno in quei giorni di malattia sottopagata come quell’artista che << … e si ritirò a vita privata forzatamente, a causa d’una grave micosi che gl’impediva di camminare, dedicandosi alla scrittura d’un diario ispiratogli dalla sua attività di padre>>, assimilandosi a un qualche Cicerone del quale era appassionato lettore.

Guardate, come lo squallore quotidiano impreziosisce la nostra vita artistica, rendendola artistica! Guardate, come acquisiamo autorevolezza artistica per noi stessi, guardandoci vivere così, solo per il fatto d’essere appassionati di scrittura e per aver scritto un diariuccio!

Fate attenzione però: questa figura di voi stessi tenetevela ben segreta, ridetevi addosso, prendetevi poco sul serio nella vita, cercate di arrangiarvi al meglio ogni giorno, di zoppicare al meglio, di lavorare al meglio, anche se volevate essere scrittori e siete in una catena di montaggio, ché anche lo scrittore, ahimè forse non lo sa l’operaio, ché la passione se non diviene lavoro ci par tutta rose e fiori, anche lo scrittore è parte d’una catena di montaggio, e chissà quante volte vorrebbe non scrivere, chissà quante volte vorrebbe andare in fabbrica e chissà quante volte vorrebbe avere il “posto fisso” statale, e dannazione è l’arte sua, e tutte quelle interviste, e il pubblico, oh, che seccatura!

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