Assoluto relativo, l’ultima fatica letteraria di Giuseppe Pellegrino

Copertina Assoluto RelativoAssoluto relativo: in questo ossimoro, titolo della raccolta di aforismi di Giuseppe Pellegrino, edito da Milella, si condensa un aspetto fondamentale della ricerca umana e professionale dell’autore, caratterizzato da un atteggiamento conoscitivo che procede per interrogativi e domande, che non accetta pregiudizi, dogmi o risposte precostitutite. L’obiettivo è ambizioso: la comprensione dell’uomo nella sua globalità, con tutte le sue sfumature e differenze. Ma come può un assoluto essere relativo? La provocazione è evidente: in un gioco retorico sottile, l’Autore ci invita a mettere in discussione le nostre convinzioni cristallizzate, a cogliere la ricchezza dei diversi punti di vista, il valore del dialogo e del confronto, laddove qualsiasi punto di vista assoluto (absolutus: sciolto dai legami, non vincolato, quindi non suscettibile di confronti) sarebbe lesivo della libertà e della dignità dell’uomo.

E si badi bene: qui non si tratta di relativismo etico, tutt’altro! Per questo aspetto, infatti, Pellegrino, come un novello Orazio, ci pungola con la sua arguzia, tratteggiando rapidi e sintomatici aspetti del nostro vivere quotidiano. La dipendenza dal web, il prevalere dell’apparire sull’essere, le difficoltà di comunicazione e la solitudine, la stigmatizzazione della diversità, l’ambizione del potere, ma anche l’amore, la poesia, il valore della scrittura: dal libro emerge il ritratto di una società dolente e contraddittoria, logorata dal tecnologismo e dalla vacuità e desiderosa, quasi orfana, di una sfera valoriale a cui attingere, devastata dalla solitudine (Siamo tutti Munch…, recita uno degli aforismi). In questo deserto umano e sociale, l’autore recupera e valorizza la diversità, tutta la diversità, anche quella che oggi etichettiamo facilmente e superficialmente come “patologica”, sicché afferma che “alcuni stati d’animo, prima di essere etichettati come malattia, sono condizione di umana esistenza”.

La malattia mentale è vista come disagio, difficoltà a integrarsi negli ingranaggi di un mondo che di umano non ha nulla; non solo, rincarando la dose, scrive: “In psichiatria e psicologia le definizioni e le etichette fanno più danni delle cattive terapie”.

Ma allora, che farne di questa parte della Medicina? L’autore non vuole certamente sminuirne l’importanza e ne ribadisce il compito e la responsabilità, quando afferma che“Se la psicoterapia aiuta l’individuo ad adattarsi meglio al conte­sto in cui vive e se il contesto sociale odierno è nevrotizzante e schizoide, allora la psicoterapia induce psicopatologia.”

Il suo obiettivo è l’uomo, dunque la medicina deve essere al suo servizio, non deve omologarlo a degli standard sociali imposti dall’alto, a modelli in cui non si riconosce, questo sembra volerci dire l’autore.

Ma chi è Giuseppe Pellegrino? In uno dei suoi aforismi, ribaltando l’immagine del medico ormai consolidata nella nostra società, scrive:“Nell’epoca del post-umanesimo io voglio scientemente e coscientemente essere un medico umanista”. Un’altra provocazione? No, il Nostro non parla così per dire: già laureato in Medicina e Chirurgia, specializzatosi in Psicoterapia cognitivo-comportamentale, Pellegrino si è successivamente laureato in Filosofia. Un medico filosofo, dunque? Dai primi anni della sua formazione, Pellegrino si accorge che “servono più scienze umane che scienze esatte”, se si vuole aiutare l’uomo nella sua integralità, che include anche il dolore e la sofferenza. Per questo pone al centro del suo lavoro e della sua ricerca umana e professionale, particolarmente attenta al disagio psichico, una visione olistica dell’uomo: non bastano organicismo e tecnologia; è necessario uno sguardo profondo che sappia abbracciare il dolore. Da questo nascono i suoi primi lavori letterari, “Mostruosità letterarie – diario di autoterapia”, edito da Milella, e, successivamente, “Interni d’uomo”, per le edizioni Besa, che lo qualificano globalmente come medico-umanista, in un percorso inverso rispetto a quello che ha fatto la Medicina dall’Antichità ad oggi. Se è vero, infatti, che nell’Antichità e fino alle soglie dell’Età Moderna il medico aveva una cultura completa, globale, dovendo curare sia il corpo che l’anima del paziente, oggi l’eccessiva specializzazione e la tendenza al tecnicismo sembrano talvolta indurre i medici a perdere di vista il focus, l’oggetto della Medicina stessa, ossia l’uomo. E Pellegrino non si ritrova in quest’ottica, lui è un medico per l’uomo.

Nel prologo al suo “Assoluto relativo” egli si definisce medico, umanista e scrittore che“giocando con poesie ed aforismi do sollievo al mio ed altrui dolore”, ribadendo che “la scrittura e la lettura sono esse stesse terapia, farmaci per l’anima e per il corpo”.

Ma come si legge un aforismario? È l’autore stesso che, in un aforisma, ci suggerisce il metodo migliore: “Una raccolta di aforismi è come una bevanda estiva dissetante ed ipercalorica: va bevuta a sorsi lenti e mandata giù a piccole dosi per evitare il rischio della nausea per sazietà”. Bisogna, dunque, cimentarsi nella lettura del libro a piccole dosi, anche se, a onor del vero, non si corre il rischio da lui paventato, giacché ciascun aforisma contiene un insegnamento, uno spunto di riflessione, espresso con arguzia e abilità retorica. L’autore, nei suoi rapidi ritratti, smaschera le nostre piccole e grandi ipocrisie, come quando scrive: “Esistono tante forme di altruismo che non sono altro che egoismi camuffati di buone maniere”. È un libro che fa riflettere, da tenere a portata di mano, da consultare, un piccolo vademecum delle nostre mediocrità e, al contempo, un invito ad essere veri, profondi, a non spegnere ciò che ci rende uomini, ad alimentare la nostra sete di conoscenza, forse un po’ intorpidita.

In un mondo caratterizzato dalla velocità, dalla comunicazione superficiale, dalle risposte pronte, dal deserto umano, in cui la cultura è “una cultura senz’anima”, Pellegrino ci invita a cercare la conoscenza, quella vera, quella che apre la mente, perché “Il vero sapere non è quello che riempie un vuoto, ma quello che genera altro vuoto da riempire”.

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