Per chi si morde la coda: oscillando tra talento e fallimento

Fallito

Singhiozzando lagrimava il fallito e si lamentava del suo fastidiosissimo prurito. “Ho fallito!”. Il dito si grattava e del suo avverso destino si lagnava. Singhiozzando passeggiava e con foga si grattava, per ore ed ore il tavolo da pranzo circumnavigava. Il dì si concludeva, la notte non dormiva, e non si dava pace che un cane abbaiava. Anche la notte finiva, ed al mattino ancor più s’appellava fallito, ché ahimè fallimento era non aver dormito, e poiché tanto sonno aveva, tutto il giorno all’ozio si dedicava. Se ne lagnava.

Suo diletto era stato in gioventù scrivere ogni giorno una poesia, ma s’alzò un dì che ahimè gli era passata la fantasia, e prendeva la penna e si sforzava, ma l’idea non giungeva e si lagnava, poveretto, brutta fine il suo diletto! Dilettarsi ormai più non sapeva, e il suo solito gusto giornaliero in ogni dì più non aveva.

Che non era affatto male a cucinare in giro si diceva, ma, mentre quel tavolo in cucina circumnavigava, di mangiare non se ne curava. S’annoiava, ahimè, quanto s’annoiava! Pensava: “Ahimè, quant’ho sbagliato: una scuola di cucina ed ora grande chef sarei diventato!”, e non cucinava, nel frattempo, sol perché alla scuola dei cuochi non era andato, e mentre s’annoiava, tutto nella vita, pensava, sbagliato aveva. “Sono un fallito!” s’ammoniva. E nel frattempo, mentre s’annoiava, si grattava e si lagnava, in pelle e ossa si riduceva, e si tormentava, ché tanto una nuova poesia scriver voleva. Il cellulare gli squillò, e di malavoglia rispose: “Pronto, chi è?” e dall’altro capo una voce: “Noi sappiam che assai ben sai cucinare, e una cena di beneficenza vogliamo organizzare qui nel nostro quartiere, su, ti va d’impreziosire la serata con una tua gustosa portata?” “No, ahimè, voglia non ho, ché son stanco: non dormo da un po’!” chiuse il fallito il cellulare, non sapendo che la voce misteriosa con cui poco prima stava parlando, sotto mentite spoglie un concorso di cucina stava organizzando, lì, a portata di mano nel suo quartiere, ché serviva un bravo chef per quel ristorante in cantiere. C’era un bando esposto, sotto casa del fallito e l’avrebbe visto, se solo fosse uscito, ma solo per la poesia aveva fissazione, e cercando l’ispirazione, in casa s’era chiuso, e non voleva sentir ragione.

Ahimè, fallito, cosa fai? Così di fame morirai! La noia ti distruggerà e mai l’ispirazione che cerchi giungerà! Ché ti fissi sulla poesia? Esci un po’ da casa tua, guardati intorno: forse l’ispirazione tua farà ritorno.

Ma il fallito nessuno voleva ascoltare. Paradossale: tanto talento aveva nel cucinare, ma fissatosi su quel diletto di poetare, di fame si lasciò morire. Nella dispensa egli tanti ingredienti aveva, ma inutilizzati rimasero tutti questi talenti: solo tormenti.

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