Reminiscenze: l’adolescenza in paese

Adolescenza

C’è stato un tempo in cui tutti eravamo incoscienti, perciò non avevamo paura. In quegli anni tutti avevamo i lineamenti un po’ cattivi e il viso unto e avevamo convinzioni idiote. In quegli anni, tutti credevamo di fare cose che fanno gli adulti, ma non ci rendevamo conto che, così pensando, definivamo invece azioni e linguaggi che solo a quella nostra età appartenevano. Sono gli anni più sporchi e rischiosi, smorfiosi e ribelli. Ma anche i nostri ultimi anni in cui siamo pieni di energia.

Riuscivamo a ingurgitare enormi quantità di cibi di ogni genere e a bere di tutto e ci sentivamo bene, riuscivamo a far molto tardi la notte e ad addormentarci anche quando tornavamo, tutti pieni di cibo quali eravamo, e non temevamo nulla. E mai avevamo le gambe pesanti e il mal di schiena, e se d’estate sudavamo molto eravamo sempre in forma.

Dove finiscono poi tante abilità?

D’estate ci piaceva uscire tardi. Quanto più tardi era tanto più ci sentivamo grandi. Si usciva a piedi e si stava per la strada. C’era qualcuno che usciva prima di casa, solo, poi si congiungeva ad un secondo, e poi si passava dagli altri amici. Si passava a casa di un’amica che non era mai pronta perché si riempiva di trucco, ché si doveva vedere col suo ragazzo. Aveva avuto un sacco di ragazzi e tutto il gruppo la invidiava. Doveva uscire truccatissima, diceva, perché così piaceva al suo ragazzo. Con gli occhi di oggi le diresti che la soddisfazione di piacere al tuo partner senza tutta quella maschera ti crea una grande autostima estetica, ma prima ti sentivi inferiore a lei e non avevi autostima estetica. E man mano diventavamo sempre di più.

Non c’era gente per la strada, solo qualcuno diretto verso la nostra stessa meta, ma in un altro gruppo, e le persone anziane che sedevano fuori sul marciapiede di casa loro con i vicini e i parenti, e c’era silenzio, ma sempre qualcuno del tuo gruppo accendeva il rap o il reggae o l’hip hop e ballava mentre camminava, distruggendo la quiete. Si raggiungeva la villa comunale, dove incontravi gente con cui avevi frequentato l’asilo, le elementari e le medie, ed erano sempre quelli ed erano pochi, ché in classe mai eravamo stati più d’una quindicina, e si conoscevano tutti quelli un po’ più grandi e un po’ più piccoli, ché si facevano insieme le recite quando si era piccoli. Alcuni di loro a diciassette anni hanno avuto figli, qualcuno è stato affidato ai servizi sociali, qualcun altro ha intrapreso una brillante carriera all’Università. Eravamo tutti diversi, ma un gruppo unito. Ci si sedeva sui gradini, circolavano birre e canne, fumo passivo. Poi alla villa ci si separava: chi si faceva venire a prendere con la macchina da un ragazzo più grande vicino alla scuola media, che era isolata, chi con un ragazzo più grande scavalcava il cancello della scuola media e saliva sulla terrazza, dopo essersi muniti di asciugamani, chi andava a mangiare nella solita pizzeria, gestita dal padre di un altro compagno di classe, nel cui spiazzo antistante c’era uno scivolo coperto da un tetto, e lì qualche altra coppietta si appartava. E tutti i giorni si facevano le stesse cose, per inerzia. Non mi piaceva, ma mi adattavo. Un gran senso di sporcizia. Ma non era per la strada. Anche da piccoli si giocava per strada, ci si nascondeva dietro le macchine in una strada deserta, vicino a casa degli amici, e si tornava sempre dalla mamma con le impronte nere dei copertoni delle automobili sulle gambe e sulle braccia, perché per nasconderci bene ci eravamo avvicinati troppo. Ma quella non era sporcizia, era libertà. Dopo invece divenne adeguamento. Quando il tuo corpo si sporca perché ti sei adeguato, avverti ancora di più la sporcizia.

Poi, circa all’una notturna si percorreva la strada per il ritorno. A piedi, al buio, ché spesso le luci della strada non funzionavano. Nel deserto. Se ci penso oggi mi vengono i brividi. Ma prima no.

Andavo spesso a casa di quell’amica truccata. Mi dava un’idea di casa. Si stava insieme con la sua famiglia, per la casa, poi venivano i suoi zii o andavamo a casa di sua nonna, che abitava lì vicino. O ci mandavano a fare la spesa alla salumeria, che era sempre lì vicino. Quando studiava non era mai sola chiusa in camera, ma in cucina, e sua madre era sempre informata sulla sua vita scolastica, e mentre studiava le portava pane e nutella, tazze fumanti e biscotti, così non dimenticava mai la merenda per lo studio, anzi per la merenda alla fine dimenticava di finire lo studio. Ai tempi della scuola media la madre la ascoltava ripetere l’orale e la interrogava. Poi tutte e due spesso parlavano di ogni cosa e si coccolavano. Ma la cosa strana è che questa ragazza, sebbene così circondata dal calore materno, prese quella strada del trucco eccessivo, delle canne e delle bugie alla madre. E cambiò gruppo. Il nostro gruppo si sciolse. Con alcuni ci si vede ancora e si esce qualche volta, ma ognuno ora esce con altra gente in diversi luoghi. Eppure a quei tempi non l’avremmo mai detto.

Finita quell’età finiscono le estati di spensieratezza. La fine dell’adolescenza la avverti come si avverte la cessazione d’un dolore, e cioè dopo che prendi la medicina esso aumenta arrivando al suo picco massimo, poi cessa. Eppure la strada diviene più ripida.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail