L’identità tormentata. Brooklyn: quiete esteriore e tempesta interiore

Istrione

Gli si posò sul polso un colombo bianco, attirato dalle molliche di pane che teneva nella mano, disteso in un’aiuola di un piccolo parco giochi della periferia del paese, Brooklyn, solo. Con in volto un’espressione severamente serena, i suoi occhi verdi osservavano l’uccello emanando dolcezza, ma non appena lo accarezzò, se ne volò, dopo aver beccato il bracciale di corda sfilacciato. Sorrise e sospirò, passandosi la mano tra i capelli rossicci e corposi, molto arruffati, dai quali qualche gocciolina di sudore schizzò.

Brooklyn, un po’ trasandato, con le sue Adidas un tempo bianche, molto vissute e male allacciate, i suoi jeans celeste sbiadito sbrindellati alle due estremità, tenuti in vita da una cinta in pelle marrone consumata, e una polo a manica corta blu, pure sbiadita e piuttosto stropicciata. Brooklyn, un ragazzo che vestiva sempre allo stesso modo, col suo odore di arbusto un po’ bruciato, che camminava trascinando i piedi, così che tutti lo udivano quando passava, e si voltavano a guardarlo, con le mani nelle tasche e i ricci che gli ricadevano sugli occhi. Aveva sempre quell’aria di sufficienza, ma pareva sereno, eppure il suo volto non si scomponeva mai per una risata od un’espressione rabbiosa o triste, né per un pianto irruento. Si diceva che raramente era stato visto col busto poggiato ad un albero, seduto, coi pugni stretti e le lacrime, ma anche nel pianto era estremamente composto. Teneva spesso gli occhi bassi, raramente guardava in faccia qualcuno, ma quando il suo sguardo incontrava l’altrui, l’altro vi si sentiva penetrato e spiazzato dal suo sorriso che gli illuminava d’improvviso quel volto sempre serio, un sorriso molto caloroso e dolce, ma sempre a labbra serrate, di quelli che quando li ricevi ti senti quasi in debito e privilegiato, perché quel sorriso meraviglioso l’ha regalato proprio a te, e perché tu gliel’hai estorto. La sua voce di basso era pacata, senza mutamenti di tono, anch’essa dolce e calda. Parlava lentamente Brooklyn, e assai raramente, tanto che quando ti parlava ti sentivi pure privilegiato, ed era come se pendessi dalle sue labbra, perché Brooklyn sapeva dire solo cose molto interessanti, cose che tu mai avresti saputo dire, e ti ritrovavi dinnanzi a lui in totale afasia. Brooklyn, che persona piacevole che pareva a tutti quando si avvicinava loro, ma chissà perché tremendamente solitario, che quando ti si avvicinava ti sentivi ancora privilegiato. E quando ti si avvicinava, ti parlava e ti sorrideva, ti sentivi come se avessi raggiunto un traguardo importante, in quella giornata. Che strano tipo, quel Brooklyn! Si diceva in giro.

Si sapeva che si era laureato in matematica prima del tempo, ma non si sapeva come trascorresse ora il suo tempo. Brooklyn era stato uno studente molto brillante ed aveva affrontato gli studi con gran facilità.

Brooklyn aveva sempre saputo fare i calcoli a mente, anche quelli molto complessi, quelli tutti intrigati pieni di numeri strapieni di cifre, radici quadrate, cubiche, seste, integrali corposi, matrici, coefficienti binomiali, fattoriali, spennellava di getto analisi di funzioni, e la sua mente costruiva figure geometriche assai complesse, assonometrie cavaliere, isometriche, trimetriche, e proiezioni d’ogni genere, lo sapevano tutti, già quand’era studente, che sapeva farlo, ma, nessuno si spiega il perché, ricorreva sempre alla calcolatrice, spesso disertava i calcoli nei test, o scriveva risultati sbagliati, dalle elementari fino al liceo. Glielo chiese, il suo professore al liceo, il perché, e lui rispose “Per non dare all’occhio!”, sorridendo in quella sua maniera molto calorosa, con quella sua voce di basso pacata e lenta.

Brooklyn era cintura nera di karate e aveva vinto un sacco di tornei. Sapeva battere avversari d’ogni peso, Brooklyn. Si sapeva che era entrato nel corpo sportivo della forestale, e che già lo si dava per scontato alle olimpiadi, ma nemmeno ci arrivò, perché, superati tutti i test con punteggio pieno, primo tra tutti, al corpo sportivo rinunciò. E nessuno si spiegava il perché. Glielo chiese, il suo allenatore, il perché, e lui di nuovo rispose “Per non dare all’occhio!”, sempre con quel suo sorriso molto caloroso e con quella sua voce di basso lenta e pacata.

Era un pittore, Brooklyn, un gran bravo pittore, e si sapeva che volesse entrare all’accademia delle belle arti, lo aveva detto a quattordici anni, e invece dopo il liceo si iscrisse a matematica, all’università della sua città. Vi andava con l’autobus, e lo si vedeva sempre arrivare all’ultimo minuto, ma con una gran calma, come se sapesse con estrema certezza che senza di lui quel bus non sarebbe partito. “Ciao giovanotto!” gli dicevano sempre tutti gli autisti, e lui rispondeva sempre “Buongiorno signore!” con quel suo sorriso caldo e la sua voce di basso lenta e pacata.

Di solito Brooklyn si stendeva sull’erba a riflettere: qualsiasi cosa si pensasse e si dicesse di lui, e cioè che era veramente in gamba, e che magari ad avere quella sua testa e quelle sue abilità, qualsiasi futuro roseo si immaginassero per lui, Brooklyn proprio non sapeva dove stava andando. E non gli importava tutto ciò che si riteneva filosoficamente, e cioè che ognuno ha la sua storia, che non c’è un percorso standard, che l’importante è fare ciò che ti piace e non farti fermare da niente e da nessuno, soprattutto dai tuoi pensieri, non abbattersi mai … Brooklyn sapeva di certo che lui non era un matematico come l’intendeva lui, perché i matematici fanno altre cose, e lui voleva essere quel tipo di matematico che invece non era. “Se io fossi davvero un matematico”, pensava Brooklyn, “non me ne starei qui sdraiato sull’erba a riflettere, ma starei a fare il matematico. Se facessi il matematico, non potrei nemmeno star qui steso sull’erba a fare nulla. Io non sono un vero matematico”. Non lo sapeva, Brooklyn, che cos’era, e per quanto si dicessero tutte quelle chiacchiere filosofiche, e cioè che non devi pensare a cosa sei e a che cosa stai facendo, Brooklyn voleva proprio essere un matematico, e il fatto che PER LUI non lo fosse gli dava l’angoscia.

Brooklyn si sentiva più d’uno. Due, per la precisione. Gli prendeva senza che s’ubriacasse un senso d’ubriachezza quand’era stanco. Un pericoloso senso d’ubriachezza. In questi momenti si sentiva molto solo e cercava attenzione. In questi momenti si osservava mentre viveva, ma non osservava solo il momento presente, ma anche la sue ore precedenti, e da lì sempre più indietro, finché non riusciva ad addormentarsi, se ci riusciva. Se non combinava guai ci riusciva. In quei momenti gli prendeva una grande freddezza, e cioè agiva, e, guardandosi agire, si comportava come una marionetta gestita da se stesso, cioè era come se lui fosse lo scrittore e lui il personaggio, e lo scrittore muoveva il personaggio senza rendersi conto ch’egli coincideva con se stesso, ma solamente assecondando la trama che seduta stante formulava. Ad esempio l’autore Brooklyn creava il personaggio Brooklyn che distruggeva tutti i bicchieri che c’erano in casa. Allora il personaggio Brooklyn, senza pensare alle conseguenze che avrebbe causato la rottura di tutti i bicchieri come ad esempio sangue, pavimento scheggiato, mancanza di recipienti per bere, spesa per riacquistarli eccetera, rompeva i bicchieri, ma attenzione: se la sua testa aveva previsto nella trama che la rottura dei bicchieri provocasse una ferita alla mano, se Brooklyn era uscito incolume dal suo atto, la ferita in qualche modo se la procurava, e allora il Brooklyn autore progettava che il personaggio volesse raccogliere tutti i cocci a mani nude e con rabbia, così il personaggio agguantava violentemente i pezzi di vetro e si feriva. Poi il Brooklyn, ridiventato unitario il mattino seguente, dopo una bella dormita, si svegliava con le mani ferite e doloranti e si chiedeva perché avesse rotto i bicchieri la sera precedente, o addirittura non si ricordava come si fosse procurato quelle ferite.

A Brooklyn era sempre piaciuto fare tante cose, ed ora si era ridotto a non fare nulla, così, disteso sul prato. Aveva sempre voluto fare tante cose contemporaneamente, ma ora si era ridotto a non farne nemmeno una. Anzi, solo riflettere gli era rimasto. Per tutti gli anni di scuola e di università ogni giorno erano studio e allenamenti, levatacce mattiniere, pasti frugali, cibi surgelati mal cotti consumati camminando per la strada o sul bus, squilli al cellulare ignorati, sms rimasti senza risposta, promesse non mantenute. Solitudine. Ogni giorno era ossessione. Ossessione di rispettare i programmi, corsa contro il tempo. Ogni giorno era angoscia, quella paura d’annullare il lavoro precedente, di non farcela più, di arrestarsi e crollare. Ogni giorno Brooklyn faceva così tante cose che le faceva con distacco, senza emozionarsi, ogni cosa che faceva annullava l’emozione che avrebbe potuto riversare nell’attività successiva, e dunque s’annullava la presente che poco prima era stata la successiva, così tutto gli veniva alla perfezione, con distacco, che meraviglia quella perfezione! Così, senza riflettere su ogni cosa, Brooklyn riusciva nelle più, e la sua unica emozione era l’ansia di realizzare quell’angoscia che percepiva: l’angoscia di un calo di prestazioni, quella paura di annullamento che provi quando hai tutto così organizzato che se sposti anche un solo tassello, o se anche un solo tassello non è abbastanza in piedi, tutti i tasselli crollano a mo’ di domino, e tutto il tuo lavoro è distrutto. Sei come una serie di tasselli che devono stare sull’attenti, guai a concentrarti troppo su uno di essi, tu sei l’insieme, sei una somma di roba, ma non puoi essere uno solo. Ti fa forte solo la somma, ma, ahimè, ogni tassello in sé è debole. E così Brooklyn era il matematico, il karateka, il posato, l’organizzato, il pittore, l’oratore carismatico. Brooklyn, lì seduto al suo banco, così tranquillo, composto, silenzioso, efficiente in tutto, efficiente nella somma. Stimato per la sua efficienza nella somma delle parti. Le parti. Ma in quante parti era Brooklyn? E chi era, tra tutte queste parti, Brooklyn? Il tutto, solo così era conosciuto Brooklyn. Come il tutto. Il Befanone di Giochi Preziosi, quello che i bambini volevano perché era pieno di roba, e ai bambini luccicavano gli occhi guardando la pubblicità, e lo chiedevano nella letterina alla Befana, e poi se lo ricevevano erano tutti contenti perché il regalo era grosso, un sacco pieno pieno, ma poi una volta aperto ogni singolo giocattolo veniva lasciato in un angolo, e poi guardando tutti quei giocattoli sparsi per la casa nemmeno ti ricordavi che erano del Befanone: ormai ciascuno di essi era solo una cianfrusaglia che se la buttavi tuo figlio nemmeno ci faceva caso. E ora del Befanone non rimane che un sacco vuoto. Dai su, butta via anche quello!

Ma perché accidenti Brooklyn era quell’inutile e consumistico saccone e non il diamante all’interno di un minuscolo scatolino? Quel diamante che da solo vale mille volte di più di quel saccone il cui prezzo è dato dalla somma dei prezzi di ogni giocattolino e del sacco ma soprattutto dalla marca Giochi Preziosi.

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