Gelatina. La caduta del personaggio “in gamba”

Equilibrista

Giunti ad un livello non necessariamente altissimo, né eccellente, ma indubbiamente alto, non necessariamente il migliore, ma indubbiamente in classifica tra i migliori, anche il peggiore tra i migliori, ma indubbiamente uno dei migliori, giunti a questo livello, pur rimanendo all’equilibrio anche abbastanza, giunge ahimè un momento in cui ci rendiamo conto che l’equilibrio potremmo perderlo, e cioè che l’abbiamo guadagnato nel tempo, e che ora lo manteniamo quasi per inerzia, come avvolti da una pellicola gommosa e trasparente, gelatinosa, che c’impedisce di cadere, e ci viene quasi voglia di lacerare la pellicola, ch’essa ci pressa da tutti i lati. È facile romperla, basta pensar che ne siamo avvolti: non ci par così d’essere noi la causa del nostro equilibrio, ma qualcosa che è esterno a noi: la gelatina. Rotta la gelatina per nostra volontà, precipitiamo, sempre per nostra volontà, ché stare in altura circondati da pressante pressione ci toglieva il fiato e ci dava quella paura di cadere che allo stesso tempo volevamo sperimentare, convinti che una volta caduti la paura sarebbe venuta via, perché dal basso non si può cadere ulteriormente.

Ebbene cadiamo, e ci facciamo anche piuttosto male, così ci ingessiamo, ed ecco qui la nostra nuova protezione: il gesso. Tanti amici ci scrivono sopra Guarisci presto!, ma noi di togliere quel gesso non ne abbiamo proprio voglia, perché ci sostiene, ed essendo coccolati ci crogioliamo nel dolore che giustifica la nostra stasi. Che bello: finalmente ora non abbiamo più tutte quelle pressioni, siamo uno dei tanti, uno qualunque, cioè non più noi stessi. No, un attimo: siamo sempre noi stessi, perché noi stessi conteniamo i poli opposti: l’alto e il basso, la gioia e la tristezza, la voglia di fare e l’accidia … vogliamo solo crogiolarci un po’ tra le piume e un po’ nel letame, sapendo che prima delle piume c’è il letame e prima del letame ci son le piume, sapendo che la scalata è faticosa e stremante, ma anche la caduta è dolorosa e ci toglie le forze. Certo è che adesso, dal basso, non possiamo più cadere, e ci è venuta meno quella paura, ma quel punto in alto in cui eravamo prima ci sembra irraggiungibile e non ci par nemmeno d’esserci stati, un tempo, eppure ci siamo stati, e allora ci ammiriamo per come eravamo prima, ma ora ahimè ci disprezziamo tremendamente e nessuno potrà restituirci la stima di noi presenti. Chissà perché, forse per convincerci che con quel gesso non potremo sopravvivere a lungo, ché si atrofizzerebbero tutti i muscoli e indebolirebbero tutte le ossa, gli amici tutti, pur confortandoci, ci ricordano dove eravamo un tempo, e ciò ci fa sentire ancora peggio. Che seccatura questo gesso! È per colpa sua se non possiamo muoverci e salire! Il gesso comincia ora a piacerci di meno: non più ci sostiene e ci giustifica, bensì ci trattiene. Ed ecco che, con un pugno rabbioso, vien via il gesso ad una mano, ma ahimè, che ci facciamo con una mano sana? Come facciamo a salire senza gambe e piedi e busto? Ecco, ora abbiamo una mano che funziona, ma che ce ne facciamo? Stupido ed inutile corpo. Altro pugno rabbioso, via il gesso dall’altra mano e poi dalle braccia. E le gambe? Noia, noia infinita, non se ne può più di star fermi, voglio camminare! Calci rabbiosi: gambe e piedi liberi. Liberi ma deboli, deboli e incapaci. Passa il tempo ed invecchiamo. Non avrò più la forza di una volta! Sarò condannata a stare in basso per sempre! Beh, però nel frattempo uso questi arti, visto che ora posso. Eh, ma non posso più usarli come una volta …

Pressione, prima, depressione, ora.

Poi buttiamo l’occhio sulla stampella che c’era servita per camminare quando eravamo ingessati. La stampella … e ci viene un’idea geniale: forse non potrò arrampicarmi come feci una volta, ma ora ho la stampella e prima no. Posso creare un tunnel ora, e prima no, e attraverso il tunnel camminando, prima o poi salirò, con calma. Ora so che se voglio fare una vacanza in pianura, che la collina mi stanca, senza buttarmi giù nel vuoto fino all’impatto mortale, posso percorrere a ritroso quel mio tunnel, in maniera indolore e pianificata, ma potrò anche continuare a scavarlo per salire un po’ di più.

Quella dolorosa caduta mi ha dato uno strumento, e l’esperienza una strategia. Non ho più paura di cadere: era l’ignoto a spaventarmi, ora so com’è. Ora so che il mio corpo non è avvolto da una gelatina senza la quale cadrei giù. Il mio corpo si regge da solo, guidato dalla mia mente. La mia mente ha capito ora com’è più opportuno scendere giù, per evitare il dolore del corpo.

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