Arte e verità in Heidegger e Adorno

Arte e Verità sono temi su cui due filosofi importanti come Hedeigger e Adorno si sono confrontati nel corso delle loro opere, sebbene le loro filosofie sono note per altri concetti che le hanno maggiormente caratterizzate. Il problema della verità rimane comunque il problema cardine di ogni percorso filosofico, motivo per cui nel presente lavoro vedremo di comprendere principalmente il legame tra verità e bellezza sia nel pensatore di Essere e tempo sia in quello della Dialettica dell’ illuminismo.

L’enigma dell’opera d’arte 

Arte e veritàHeidegger, che rimane una delle voci più espressive e radicali del pensiero contemporaneo, ritiene che l’originalità dell’opera d’arte permette la messa in atto della verità. L’opera d’arte, secondo Heidegger, esercita sullo spettatore un effetto che egli definisce stoss letteralmente “urto”. Anche Benjamin nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica attribuisce all’arte un effetto definito shock caratteristico del cinema. Egli scrive : « Il cinema è la forma d’arte che corrisponde al pericolo di perdere la vita ». Il bisogno di esporsi ad effetti di shock è un tentativo dell’uomo di adeguarsi ai pericoli che lo minacciano. Anche per Heidegger l’eperienza dello shock dell’arte ha a che fare con la morte o meglio con la situazione emotiva dell’angoscia che egli analizza nella sua opera Essere e tempo . Heidegger lega lo stoss dell’ opera d’arte   al fatto che essa è una messa in opera della verità. Questo provoca l’esperienza dello spaesamento dell’arte, ma se lo spaesamento è l’elemento essenziale dell’esperienza estetica, di questo spaesamento è responsabile la terra più che il mondo : la terra non è mondo, è il nulla, perciò Heiddegger afferma : «La verità dell’opera d’arte è non-verità ». Nel saggio L’origine dell’opera d’arte, Heidegger si chiede quale sia l’essenza della verità che si manifesta nell’arte. Egli non esita a rispondere che l’essenza della verità è di essere fondata sul nulla. Ma la verità di cui Heidegger parla è la verità dell’essere : «L’essere ha il nulla per fondamento e di conseguenza trova nell’arte l’unico strumento adeguato per manifestarsi. L’arte fa scaturire la verità e la mette in opera e poiché l’arte è essenzialmente storica anche la verità è soggetta alla dimensione della storia : la verità è in opera ma non si può identificare, essa è nel tempo come un oggetto dalle forme ambigue. Solo l’arte è in grado di farla sua e custodirla ». (1)

L’ontologia di Heidegger

In Heidegger si fa strada la volontà di portare alla luce il senso autentico del divenire, liberato da ogni forma di epistéme e di metafisica. Ciò vuol dire che la forma originaria del divenire è l’esistenza storico-temporale dell’uomo che non si presenta all’interno del sapere metafisico e scientifico ma nell’intuizione fenomenologica. «Pertanto la fenomenologia è ontologia. E l’ontologia è possibile solo come fenomenologia. Questo vuol dire che il senso dell’essere (che è appunto ciò a cui mira l’ontologia) può emergere soltanto nel modo in cui si manifestano gli enti » (2)
Nel filosofo di Essere e tempo ciò che in un primo momento si fa strada come metodo fenomenologico si fa valere anche come rapporto tra il senso non metafisico dell’essere e dell’ente. Se infatti etimologicamente fenomenologia è una strada per lasciare essere l’ente che si manifesta, la fenomenologia heideggeriana ripropone come metodo filosofico, quindi in maniera riflessa, il rapporto autentico tra l’essere e l’ente, dove l’essere è appunto il lasciar vedere e lasciar essere l’ente.

L’alétheia

Heidegger introduce un’ importante integrazione però alla concezione fenomenologica. Fa ricorso all’alétheia greca. Heidegger fa notare come l’antica parola alétheia, (che vuol dire verità), indica il venir ad apparire (3).
L’alétheia esprime l’esperienza originaria dell’essere ed è proprio all’esperienza originaria dell’alétheia che Heidegger riconduce il senso non metafisico dell’essere. «L’essere è l’emergere dal nascondimento : non nel senso che una certa dimensione dell’ente si illumini e manifesti, mentre un’altra continua a rimanere nascosta- e comunque non è in questo rapporto tra enti che consiste il senso dell’essere , ma nel senso che la luce, l’apparire in cui l’essere consiste, proprio perché illumina e lascia apparire, illumina e lascia apparire gli enti e quindi attira ogni attenzione sull’ente, sì che proprio la luce che illumina si sottrae alla dimensione che essa rende visibile ». (4)

L’origine dell’opera d’arte

Nel 1936 Heidegger dà alle stampe L’origine dell’opera d’arte. E’ importante notare che tale pubblicazione è successiva a Essere e tempo, quando cioè Heidegger sente la necessità di abbandonare il progetto di un’analitica dell’esistenza in favore dell’elaborazione di un nuovo pensiero dell’essere, che prenda le mosse da una comprensione del senso e della storia della metafisica. Se il filo conduttore dell’analitica esistenziale sviluppata in Essere e tempo era stato il tentativo di ritematizzare il rapporto tra essere e temporalità e di chiarire la dimensione concreta di quell’io pensato dalla filosofia neokantiana e dalla fenomenologia come io puro e come soggettività trascendentale, negli scritti degli anni trenta Heidegger mette al centro della propria riflessione il problema della metafisica e della sua storia, soffermandosi sulle figure chiave di Cartesio, Leibniz e Nietzche.  La tesi che sviluppa in questo periodo è quella secondo cui la metafisica, nel suo insieme e nella pluralità di forme che ha assunto storicamente, sarebbe caratterizzata da un oblio dell’essere, ossia dalla tacita precomprensione dell’essere come nozione ovvia, che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Collocato sullo sfondo di questa riflessione sul senso della metafisica, il saggio L’origine dell’opera d’arte viene a occupare una posizione centrale nello sviluppo del pensiero heideggeriano, in quanto scritto in un periodo nel quale alla riflessione sulla storia e sul senso della metafisica si affianca il tentativo di sviluppare un nuovo pensiero sull’essere e sulla verità. Per Heidegger l’ambito dell’arte non corrisponde semplicemente al bello come oggetto di disinteressata contemplazione; l’arte è anzi oggetto di una interrogazione che risale indietro fino alla sua origine, meditando intorno alla corrispondenza e alla comune radice di arte e tecnica, che solo nell’epoca contemporanea, in virtù del destino dell’essere sono divenuti due ambiti completamente opposti. L’arte è per Heidegger essenzialmente opera, ovvero apertura e svelamento: nell’arte è posta in opera la verità dell’ente. Per tentare di pervenire a comprendere l’essenza dell’arte, Heidegger decide allora di partire dal concetto comune di cosa : le opere d’arte, nella loro materialità e maneggiabilità, sembrano infatti appartenere al dominio delle cose, benché non come “mere cose”, ma come cose a cui inerisce qualcosa d’altro .  Ma cos’è una cosa? Per giungere a una comprensione dell’esser-cosa dell’opera , Heidegger ripercorre le dottrine tradizionali intorno all’ente o alla cosa, mostrandone l’insufficienza: l’opera non può essere compresa nella sua essenza né rifacendosi ai concetti di cosa come sostrato o sostanza,né come sintesi di una molteplicità di percezioni sensibili o come unione di materia e forma . In particolare, rinunciare alla coppia concettuale materia-forma significa, e Heidegger lo sottolinea, rinunciare allo “schema concettuale classico di ogni teoria dell’arte e di ogni estetica”, uno schema che ha costituito l’asse portante della riflessione sull’arte, da Platone a Hegel e oltre, e in base al quale sono stati elaborati concetti chiave dell’estetica come quelli di creazione e imitazione. L’essenza dell’arte consisterebbe quindi nel porsi in opera della verità dell’ente. La dimensione originaria della verità (alétheia) come disoccultamento-occultamento attraversa la storia della metafisica e scompare per Heidegger con Platone. Ma dato che l’essere è essenzialmente darsi, nella storia della metafisica come storia del nascondimento dell’essere si può cogliere la storia stessa dell’essere.A questa dinamica dell’apparire e del nascondimento Heidegger riconduce poi la stessa nozione di bellezza. «Ponendosi in opera, la verità appare. L’apparire, in quanto apparire di questo essere-in-opera e in quanto opera, è la bellezza.  Il bello rientra pertanto nel farsi evento nella verità ». (5)

Il progetto estetico di Adorno

«Questi aspetti della teoria heideggeriana dell’opera d’arte,la sua costitutiva ambiguità, (l’enigma dell’opera d’arte, quell’enigma che l’arte stessa è) l’intreccio inestricabile di illuminazione e nascondimento, la singolare connessione di bellezza e verità , l’interpretazione ontologico- esistenziale dello spaesamento ( che l’arte come urto e shock provoca ) sono tutti elementi che tornano, variamente inseriti in una diversa prospettiva, nell’ambizioso progetto estetico di Theodor W. Adorno.» (6)
A differenza di altri autori , Adorno sembra spesso cambiare idea riguardo la natura profonda della bellezza. Anche per Adorno , certo non allo stesso modo in cui la concepiva Benjamin ,la bellezza è apparenza e come tale soggetta alla necessità della presenza dei soggetti e dei corpi. La sua teorizzazione oscilla sovente tra una concezione della bellezza come oggettività e una riproposizione dei termini estetici in chiave di una soggettività attribuibile alla società che allude ad un confronto con essa e su di essa in termini socio-politici piuttosto che ontologici. Al centro del suo pensiero c’è l’idea che la Filosofia deve riprodurre nel proprio linguaggio le inquietudini e le contraddizioni di un mondo capovolto . In un mondo come quello tardo-borghese unica isola felice è l’esperienza artistica . Per Adorno l’arte autentica impegna in un processo di conoscenza, il modello di arte a cui Adorno guarda è “la grande arte”. (7)
Per Adorno “l’arte non è ciò che tutti sanno che cosa sia”. “La Teoria estetica” è una delle opere meno studiate di Theodor Adorno. Questa opera postuma( è del 1970) del filosofo tedesco è rimasta nell’ombra rispetto ad altri suoi scritti (penso ai “Minima moralia” o alla “Dialettica dell’illuminismo”). Il testo adorniano si presenta dunque in uno stato frammentario (un torso composto da innumerevoli tasselli che vanno a ricomporsi in un possibile quadro unitario), ma “frammenti filosofici” (è il sottotitolo quest’ultimo di “Dialettica dell’illuminismo” scritta in collaborazione con Max Horkheimer) e negazione della sistematicità del pensiero caratterizzano l’intera produzione di Adorno.Non solo: il pensare aforismatico, tipico di tanta filosofia tedesca a partire da Nietzsche, viene considerato nell’ambito della Scuola di Francoforte come l’unico possibile per non ricadere nella trappola e nel vortice neutralizzante della “cattiva totalità” già stigmatizzata da Hegel. «Questo lavoro si propone di integrare, in modo consapevolmente non sistematico , secondo lo spirito della dialettica negativa, spunti diversi in una teoria estetica “ compiuta” . Uno dei temi di fondo, su cui Adorno insiste, è la natura spesso scandalosa del fenomeno estetico, il cui tratto caratteristico sembra essere l’ambiguità». (8)

Per Adorno il destino dell’arte moderna è quello di non essere più dalla parte di un Tutto strutturato, quindi è priva di autonomia rispetto a dei fini. «Le svariate annotazioni di Adorno miranti a denunciare l’invecchiamento dell’estetica tradizionale e la sua stessa riluttanza ad intitolare “ Estetica” l’opera che chiude l’arco della sua produzione hanno sullo sfondo un verdetto equivoco: un’estetica si può pensare come disciplina solo all’interno di un sistema filosofico di tipo idealistico» (9)

Arte e società

Per il filosofo della Scuola di Francoforte le varie opere d’arte conservano, quasi salvano, un contenuto di verità, il quale è sempre però legato strettamente alla storia e alla società, la quale a sua volta ispira le stesse opere d’arte e ne è confortata e nel contempo contestata. L’arte dunque per Adorno ha tanto più valore per la società quanto più essa si rivolge contro. Tale contestazione dell’arte nei confronti della società è a sua volta un fatto sociale. Tale controspinta è un progresso delle forze produttive, in particolar modo della tecnica. Il rapporto arte – società rimane per Adorno risolutivo per la costruzione di una teoria oggettiva dell’arte ma aveva anche sottolineato che le analisi filosofiche di Adorno rifiutano di rientrare nella sociologia della letteratura e delle realizzazioni artistiche.Tornando alla caratteristica di ambiguità che traspare nelle opere d’arte secondo Adorno bisogna sottolineare che non presentando le opere alcunché di trasparente hanno bisogno di un’interpretazione che ne riveli il contenuto di verità. Sullo sfondo delle incisive e penetranti riflessioni teoriche (…) si assiste, nell’estetica contemporanea, a un espandersi del senso dell’opera d’arte oltre i suoi apparati categoriali , oltre le ideologie che veicola.

Conclusione

Le opere d’arte hanno come elemento costitutivo una certa funzione della verità. Tale funzione è intrinseca alla stessa arte. Esse dicono la verità su se stesse nel momento stesso in cui vengono fatte. Non c’è nessun intervento ideologico che trasmette tale verità.

[1] P. Pellegrino, La bellezza tra arte e tradizione, Congedo editore, Galatina 2008,p.72.
[2] E. Severino, La filosofia contemporanea, Rizzoli, Milano 1986,p. 242.
[3] Ivi, p.242
[4] Ivi, p. 247
[5] G. Penzo, Martin Heidegger in AA. VV. , Filosofie nel tempo vol.3, Spazio 3, Roma 2006, pp-1275 1276.
[6] P. Pellegrino, La bellezza tra arte e tradizione , cit. p.72.
[7] Ivi , p.74.
[8] Ivi,p.75.
[9] E. Tavani, L’ apparenza da salvare. Saggio su Theodor W. Adorno, Guerini e Associati, Milano 1994,p.166.

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